Epsilon

Niger, Burkina - Diario di viaggio
(31 maggio -5 giugno 2009)

31 maggio 09

Habibou Adamou Alhery ha 8 fratelli, anche  Pablo è suo fratello ma lui dice di averne più di 40, di fratelli. La soluzione non è matematica, dipende da come si considerano le 6 mogli avute dal loro padre comune, tenendo conto anche dei 4 divorzi e delle attuali mogli conviventi, pare due. Habib è di aspetto  e di modi eleganti, guida la Toyota Landcruiser per le strade di Niamey e guiderà noi 3 per tutta la settimana. Al suo fianco il più anziano, più sorridente e più grosso Pablo.  Siamo arrivati in Niger da poche ore e dopo avere lasciato i bagagli all’Hotel Sahele subito abbiamo dovuto rinunciare alle mete di Zinder e Tanout. La regione in direzione di Agadez è ancora in stato di turbolenza dopo la recente rivolta dei Tuareg e bisogna spostarsi scortati da forze armate dell’esercito. Lo spostamento ci prenderebbe troppo tempo. Modifichiamo il programma e confermiamo le altre tappe in Burkina. A questo punto il primo appuntamento sarà a Ouahigouya con Samia e il fratello di Habib che parte domani per raggiungerla ad Ouagadougou. Quindi abbiamo due giorni liberi.

Per prima cosa andiamo a visitare i cavalli da corsa di Habib. Fuori, 45 gradi agitati dagli ultimi residui di Harmattan che soffia caldo e polveroso, tra gli alberi secchi alterando la visione del paesaggio con un filtro di pulviscolo, dentro 39 gradi al “Nokia boy-scout” di Claudio. Il Sahel è un'area al limite della desertificazione. La principale causa è la costante scarsità d'acqua, per cui la terra, completamente secca, erosa e mossa dal vento, si trasforma in sabbia.

Habib alleva cavalli da corsa, tra la passione e il mestiere. Il suo sogno, arrivare a gareggiare alle corse di Dubai. La Dubai World Cup, ideata dallo sceicco Rashid Al Maktum è la corsa di cavalli più ricca del mondo, con un premio, da 6 milioni di dollari. Per realizzare il sogno di Habib basterebbe che gli zoccoli dei suoi mezzi arabi battessero sulla terra  dell’ippodromo da 50.000 spettatori della famiglia reale Nad Al Sheba, in una qualsiasi corsa. Per il momento è riuscito ad uscire dal Niger partecipando ad alcune gare a Cotonou.

I cavalli sono in uno spiazzo di cespugli rinsecchiti assieme a stie di volatili e alcuni buoi del lago Tchad con corna enormi che conferiscono un aspetto da divinità pagana e fanno chiedere come possono mantenere il collo eretto sotto quella struttura imponente. Poco più in là si apre una vasta radura, molto lontano, da un lato, una gradinata con molte persone, in primo piano due, tre campi improvvisati in cui giocano a calcio ragazzi e bambini con e senza scarpe, con porte delimitate da mucchietti di vestiti. Laggiù, molto oltre le partitelle di calcio c’è l’ippodromo, dice Habib. Arriva un vociare attutito dalla tribuna, si intuisce l’arrivo dei cavalli in dirittura finale, ma non si vedono.

I paesi del Sahel si estendono tra il Sahara e l'inizio delle foreste centro africane senza essere né desertici né tropicali. Il fiume Niger ne modifica periodicamente la morfologia. La continua carenza di acqua (spesso la stagione delle piogge non è copiosa) e l'Harmattan, il vento del deserto, che qui soffia con violenza e continuità per settimane tra i mesi di febbraio e aprile da est verso il golfo di Guinea, rendono il "Sahel", una tra aeree più dure di tutta l'Africa.

Dopo una cena non memorabile in un ristorante tipico secondo le categorie di Habib, ma nei fatti, un terrazzone con tavoli e sedie di plastica, molto caldo e con poca offerta di cibo, proviamo un locale di musica e ballo, dove, ci dice, i clienti ordinano la birra a casse di 12 o 24 e la consumano tutta. Questo è “tipico” anche per noi. Una sala all’aperto sul fiume Niger dalle parti del ponte Kennedy, esterno buio, ingresso con buttafuori, tavoli affollati con moltissime birre. In pista poche persone che ballano e non con i movimenti agili ed eleganti che mi aspettavo, molte donne ballano alzandosi ai loro tavoli. La banda è la più famosa del Niger, la musica un rai\reggae\rock elettrico. Poi arriva in pista una donna, grassa, si mette a quattro zampe e inizia a muovere il bacino veloce e ritmata, su e giù, dalla colonna alle anche, tutto in movimento. Poi ne arriva un’altra grossa anche lei e fa lo stesso ballo  “de la fesse” accompagnando lo sforzo con urla acute.

1 giugno
Attorno a Niamey, senza precisa direzione

Visitiamo:
un ambulatorio dispensario di farmaci senza farmaci, “centre de santé”,. Un’infermiera gentile, Aissa, spiega le sue difficoltà. Dissenteria, vomito e raffreddore possono essere particolarmente pericolosi se non curati con gli adeguati farmaci; La situazione si aggraverà fra qualche mese quando incomincerà la stagione delle piogge che porterà con sé il ‘paludisme’, la malaria.                                           
un villaggio con pozzo. Le capre tirano le corde allontanandosi dal pozzo e tirando su i secchi. Camminiamo a piedi verso le aule scolastiche del villaggio. Parliamo. Claudio dice che gli indici che misurano la qualità della vita non tengono conto della felicità, se ne tenessero conto il Niger non sarebbe il terzo paese più povero del mondo. Le persone che incontriamo sorridono e sono positive e ben disposte a comunicare, hanno uno stato d’animo che secondo le nostre categorie si manifesta nelle “persone felici”.

Il reddito medio procapite di Niger, Mali, Burkina non supera i 300 USD annui e nella maggior parte dei casi è molto inferiore o addirittura quasi nullo.

Alla lavagna problemi di matematica con frazioni e grammatica francese. Quelli dell’altra aula sono usciti e schierati per la foto ricordo con Marianna. L’empatia di Marianna con le persone è immediata, senza latenza.

Le aule sono grandi, fresche e illuminate bene. Gli alunni ordinatamente seduti nei loro banchi salutano all’unisono alzandosi in piedi e muovendo la mano destra.

Il problema del villaggio è l’estrazione dell’acqua. Così come fanno adesso è troppo faticoso. Claudio ha riflettuto sul tema dei pozzi. In questo villaggio una pompa migliorerebbe la qualità di vita di molte persone e animali, in altri villaggi la costruzione di un pozzo sarebbe ancora più risolutiva. Si potrebbe pensare che la donazione di pozzi per l’acqua sia una soluzione virtuosa, semplice e sempre utile. O forse non è così.

La capacità di adattamento all'ambiente semidesertico è sempre stata un elemento cruciale per la vita del Sahel. Una simbiosi tra nomadi e contadini lo ha consentito negli anni. Le mandrie seguono l’andamento delle piogge. Si nutrono di ciò che rimane nei campi di miglio e sorgo dopo il raccolto e in questo modo concimano. In cambio i nomadi ricevono miglio dagli agricoltori.

Con le prime piogge l'erba ricresce e le mandrie si muovono verso nord seguendo l’andamento delle piogge. Quando raggiungono il limite nord del Sahel è tempo di ricominciare il cammino verso sud, durante il quale si mangia l’erba che nel frattempo è ricresciuta. All’arrivo nei terreni in cui si stava durante la stagione secca, le mandrie trovavano erba matura che permetteva loro di sopravvivere fino alla successiva stagione delle piogge. I percorsi e l’utilizzo dei pozzi  sono sempre stati regolati dalle tradizioni decise dai capi tribali, in modo da evitare lo sfruttamento dei pascoli, i conflitti fra gruppi tribali e minimizzare il rischio malattie. Speculare saggezza avevano gli agricoltori: lasciavano la terra a maggese per lunghi periodi prima di ricoltivarla, e avevano sviluppato molte varietà di miglio e sorgo, ciascuna adatta a diverse stagioni e situazioni. Nei secoli passati la popolazione del Sahel ha dimostrato una impressionante capacità di innovazione, gli intereventi occidentali hanno introdotto un'economia basata sul denaro, la divisione in stati con il tentativo di ridurre la tendenza al movimento dei nomadi, l’aumento demografico e con questo l'estendersi delle piantagioni dedicate a monoculture per l'esportazione e il diffondersi di pozzi artesiani.  1000 piedi sotto la superficie la falda ricca di acqua. Migliaia di pozzi a 200,000 USD l'uno sono stati scavati da benintenzionati donatori. L'effetto è stato quello di far sì che il pascolo, invece dell'acqua, diventasse il principale fattore limitante della dimensione delle mandrie. Ciò ha portato ad un sovrasfruttamento dei pascoli ed alla loro distruzione. Un numero crescente di animali ha finito per mangiare l'erba fino a danneggiare le stesse radici. Gli aiuti non hanno favorito gli aiutati. La discussione sui pozzi resta aperta. Torniamo a Niamey.

Pomeriggio in piscina dell’Hotel Gwaaa, dopo un pranzo in stile buffet congressuale, con pesce capitaine del fiume, al ristorante dell’albergo. Le ragazze sono carine ma non sanno nuotare. Chiedono aiuto in modo molto disinvolto e si presentano come studentesse universitarie.

Cena programmata al ristorante “la Flottille”. Non c’è luce e ci sediamo fuori. Ha un menù di cucina francese. Ce ne andiamo a cercarne uno più “tipico”. Il secondo ha pochi tavoli sulla strada in quartiere tipo mercato, offre springroll e riso cantonese. Il terzo ha solo pollo fritto e un braciere fumoso. Habib sembra avere capito cosa cerchiamo e ce ne andiamo. Dopo qualche chilometro in una grande strada della città ci fermiamo. Un grande parallelepipedo di lamiera sotto una tettoia di ondulato, con 5 file di altrettanti pentole e casseruole di pesci fritti, tacchino, cipolle e pomodori, stufati, riso, couscous, montone in umido, uova, piselli. Fumanti e affogati nei sughi. La signora e padrona è seduta un grande seggiolone\trono rialzato mezzo un metro da terra.

Grande, grossa con un vestito rosso lucido e un turbante rosa. Fa i conti e tiene la cassa, controlla dall’alto i pentoloni e i movimenti delle cameriere. Le sue ragazze\cameriere hanno un aspetto carino e sexy, vestite con semplici, eleganti e attillati abiti stile occidentale. Non sorridono ma ti servono con charme e velocità.

Sono un elemento del tutto diverso dal luogo, dai tegami e pentoloni e dal loro contenuto fumante. Non si serve birra.

Si mangia  a tavoli di metallo sotto tettoie di legno, una lamiera ondulata barcollante fa da barriera alla strada. Tra i bordi forzati della barriera bambini e vecchi tendono ciotole di metallo vuote. Chiedono gli avanzi. Da noi ottengono molti avanzi di ogni cosa. Il macadam rilascia ancora il calore della giornata.

All’hotel Sahel Marianna tratta collanine touareg da un ragazzo. Mentre discutono i prezzi passa e ci saluta una ragazza magra, vestito nero scollato, piccolo turbante nero, gambe sottili, si guarda attorno e si allontana nel giardino dell’Hotel. Di notte il caldo è molto forte, il condizionatore rumoroso, bussano alla porta e suona il telefono.

2 giugno

Mattina in Banca per cambio soldi, andiamo in una zona dove non siamo sicuri di trovarne altre. Direzione Gorom Gorom. Dopo un’ora di buona strada attraversiamo il fiume Niger su un traghetto-ferry. Fiume fangoso, bambini si tuffano. Il ferry è pieno. Ragazze con pesci fritti su panieri di paglia intrecciata portati sulla testa, da un capo all’altro della chiatta, avanti e indietro. Le mucche sulle sponde sono di estrema magrezza.

Dopo due ore di strada asfaltata e poi bianca, con continui cambi di velocità e direzione in quanto è in costruzione una strada e si può percorrere solo una deviazione parallela,  raggiungiamo un villaggio con un aula scolastica. Le aule sono piene e le lavagne mostrano un ordinato programma di insegnamento. I maestri sono disponibili e postivi. Lasciamo i regali per i bambini e ripartiamo. Dopo altre due ore di fuoristrada ci siamo persi.

Arriviamo ad un villaggio di capanne di fango. Ci fermiamo a chiedere e dopo breve scambio un vecchio tuareg sale si siede di fianco ad Habib e ci indica il percorso da seguire tra le capanne. Una volta ritrovata una strada con una parvenza di struttura riconoscibile, ringraziamo il vecchio che scende e continuiamo da soli.

Dargol Tera è solo un piccolo raggruppamento di case lungo la strada ma abbastanza importante da comparire sulle nostro carte stradali. Qui il “depot Pharmacie” è un piccolo negozietto che in totale assenza di farmaci vende tutt’altro tipo di prodotti. In compenso incontriamo sovente delle bancarelle di medicina locale. Barattoli, scatole e sacchetti contengono radici, erbe e spezie... non è poi così diverso dalle nostre erboristerie!

Arriviamo alla pompa di benzina Total di Dori. Case bianche scrostate, un’insegna di un hotel, un emporio, un incrocio ricoperto di decine di cartelli che indicano le sedi di altrettanti ONG. Marianna parla con un ragazzo con capelli intrecciati e una tshirt arancione di D&G. Habib dopo il pieno va al posto di Polizia per chiedere informazioni sulla strada per Gorom. La risposta è che siamo fuori regola, Siamo entrati in Burkina senza passare dalla frontiera. Dobbiamo tornare a farci timbrare l’immigrazine altrimenti rischieremo sempre malintesi con la Polizia. Habib si mostra capace di decisioni sicure e rapide. Parte, timbra e ritorna. Carica il ragazzo con i capelli intrecciati, Amadou, come guida e torna indietro alla frontiera, ci dice che sarà di ritorno tra 2 ore.

Noi aspettiamo a Dori. A me viene in mente il pesce smemorato di Nemo e invece c’è il caldo più insopportabile dalla nostra partenza. Camminiamo senza parlarci fino adu internet-point. Non ce lo diciamo ma tutti temiamo che Habib non riuscirà a tornare nei tempi previsti e la nostra sosta a Dori durerà probabilmente fino a notte. 3 PC, 1 ventola dal soffitto, 1 ragazza bionda e di un bianco nordico, un caldo da cui non ci si può difendere. Claudio si siede a un PC, Guglielmo in piedi sotto la ventola, Marianna nella poltrona dell’ingresso.

Dopo internet ci incamminiamo lungo la strada, le due ore sono passate e ormai siamo convinti di doverci cercare un albergo.

Entriamo in un mercato poi seguiamo diverse direzioni a seconda delle indicazioni che riceviamo.  Stiamo sempre camminando per strade deserte, verso l’albergo che non troviamo quando Habib ci raggiunge. Perfetto, poco più di 2 ore e con il timbro. Andiamo al posto di Polizia a timbrare anche i nostri passaporti per evitare lo stesso inconveniente. Lì prendiamo la decisione. Amadou ci parla del mercato di Teriakov. Un mercato di touareg molto più interessante di Gorom e di una duna dove ci si può accampare per la notte. “a la belle etoile”.  Habib è prudente e dice che abbiamo bisogno di prendere Amadou come guida. Poi ci spiegherà che è anche preoccupato per i frequenti attacchi di irregolari che si muovono al nord sul confine tra Burkina e Mali.

Rientra al posto di Polizia a prendere informazioni su Amadou ed esce rassicurato.

A Gorom arriviamo con il buio, non ci sono luci nel paese. Ci fermiamo per comprare qualcosa per la cena. Non mangiamo dalla colazione all’hotel Sahel. Troviamo solo couscous in scatola e un barattolo di pomodori e piselli. Assaggio un involtino di montone già cucinato e avvolto in una foglia. L’odore è forte, il sapore buono. Arriva Habib, annusa e dice che la carne è avariata. Troppo tardi, l’ho mandato giù. Decidiamo che la soglia di Habib per la qualità del cibo e dei luoghi è più alta della nostra e ci prefiggiamo di seguire la sua. Claudio regala un pallone da calcio a un piccolo bambino che lo stava osservando, senza minimamente sognare di poterlo avere. Se ne va incredulo stringendo il pallone. Ci chiediamo se abbiamo contribuito alla sua sfortuna o a una serie di conseguenze spiacevoli che gli capiteranno per un dono così più grande di lui. Prendiamo le bottiglie d’acqua e partiamo.

La duna è a 13 chilometri arriveremo in meno di un’ora. La luna è ben oltre la metà e illumina i cespugli di acacia secchi e la radura sabbiosa che attraversiamo. I fari seguono tracce di pneumatici su una specie di pista appena tracciata. Continui cambi di direzione per salti di livello di letti di ouadi secchi. Ogni tanto Habib chiede la strada ad Amadou che risponde in modo sempre meno convinto. Tutt’attorno il deserto. Habib si innervosisce e se la prende con Amadou. E’ chiaro che non si fida dell’altro e non si sente sicuro.

Habib è responsabile, diligente, orgoglioso, osservante mussulmano, bello e discreto.

Amadou è inaffidabile, imbonitore, pacchiano, ammiccante, ambiguo. Non potranno mai andare d’accordo.

Ci fermiamo, Habib vorrebbe tornare indietro, Amadou dice che siamo molto vicini, che arriveremo tra poco. Giura che in 20 minuti arriveremo alla duna. Decidiamo di ripartire ma la tensione è sempre più alta e Habib  continua ad accusare Amadou che ha smesso di reagire. Siamo in mezzo a un terreno desertico ma i fari illuminano un uomo sdraiato sulla sabbia. Ci fermiamo per chiedere informazioni. Mentre cerchiamo di spiegarci arrivano due donne che portano dei fardelli sulla testa. Parliamo anche con loro e incredibilmente passa un altro uomo in bicicletta. Si apre una discussione su dove andare. A noi sembra incredibile le presenze umane in quel nulla, ma forse trovano più agevole spostarsi di notte che sotto il sole. Alla fine carichiamo un'altra guida. Un vecchio signore che dice di conoscere il villaggio di cui parla Amadou e conferma che non siamo lontani.

Ripartiamo. Seduti davanti sono in tre: la guida, la guida della guida di Habib e Habib.

E’ vero, arriviamo in pochi minuti ad un villaggio di capanne immerso nel più profondo buio a parte la luminosità della luna. Ci portano dal capo del villaggio. Salutiamo tutti e tutti ci salutano. Siamo stanchi. Chiediamo di andare a dormire.

Ci portano alla duna. Habib dubita, ma non sapremo mai se si tratta proprio di quella programmata da Amadou o di un’altra. Si tratta di una collinetta di sabbia alta una decina di metri su cui gli uomini del villaggio ci stendono alcuni tappeti su cui possiamo stenderci per dormire. Amadou accende il fuoco per cucinare couscous, pomodoro e cipolle. Anche se non abbiamo mangiato nulla durante il giorno gli diciamo che preferiamo dormire.

Amadou scalda l’acqua per il tè. Habib scende alla macchina ed esce con un lungo machete che offre a Marianna. Poi al suo rifiuto si sdraia con la sua spada affianco, ancora risentito verso

Amadou e la sua inaffidabilità. Stendiamo i nostri sacchi a lenzuolo tra 10 12 bambini del villaggio che seguono ogni nostro movimento. Ci sdraiamo a dormire, i bambini si siedono vicino a noi a guardarci. Poi arrivano tutti gli uomini del villaggio e si mettono a parlare e ridere tra di loro vicino al fuoco. Una forma di cortesia. Noi sdraiati nei nostri lenzuoli e loro a farci compagnia, bere tè e chiacchierare. I timori di Habib sembrano lontanissimi da questa scena. Un villaggio in cui siamo arrivati in piena notte ci sta avvolgendo con tutta l’ospitalità di cui dispone.

Calda e spontanea. Mentre uno dopo l’altro iniziamo ad addormentarci loro se ne vanno a piccoli gruppi, parlando tra loro, così come sono venuti.

Durante la notte mi sveglio per la durezza del terreno e girandomi da un lato all’altro vedo: la luna che cala, una lunga fila di mucche con le corna lunghe e sottili che passa a pochi metri da noi, l’alba, bambini che seguono alcune capre, faraone che si muovono cercando cibo tra la sabbia.

3 giugno

Con il primo sole scopriamo che la duna è rossa, dalla sua altezza si può vedere un’ampia parte di deserto. Capre, faraone, carretti tirati da asini, mucche, uomini in bicicletta che si dirigono in direzioni prive di oggetti visibili. Mangiamo qualche biscotto ancora dentro i lenzuoli e bevendo il tè di Amadou.

Visitiamo il villaggio con le sue classiche attività agricole, polli, capretti, mortai per il miglio, mamme e bambini. Ringraziamo a lungo il capo villaggio, lasciamo regalini per i bambini. Il capo villaggio ci saluta più volte e a lungo.

Ripartiamo. Habib e Amadou sono  di nuovo in buoni rapporti.

Direzione il mercato touareg di Teriakov.

Piste appena accennate da tracce di altri passaggi, distesa di sabbia e cespugli secchi, continui cambi di direzione per dislivelli nel terreno, tracia di letti d’acqua che si gonfieranno con le prime piogge. Stessa situazione del giorno prima. Amadou indica, Habib chiede con lo sguardo ed esegue le indicazioni. Arriviamo ci fermiamo davanti a sei edifici di muratura posti in doppia fila ordinata al limite di un villaggio di capanne. Due file di tre parallelepipedi affrontati con in mezzo uno spiazzo con l’asta di un bandiera con i colori del Burkina. Tre sono aule scolastiche tre alloggi, attorno nient’altro che arbusti secchi, deserto e polvere.

Le aule sono piene, una sessantina di bambini tra i 6 e i 12 anni che si alzano tutti insieme a salutare con la mano. Grandi lavagne riempiono il muro dietro la cattedra e sono ricoperte di grammatica francese in bella grafia e compiti di matematica di una certa complessità. I maestri sereni e positivi, ci spiegano che passeranno tutto l’anno scolastico presso il villaggio. A parte le attività scolastiche ci chiediamo: dove siamo? Amadou sorride, Habib no. Ci siamo persi di nuovo. Habib non si sente sicuro, le guide dicono che la regione può presentare dei pericoli di banditismo e specie sulle piste del nord verso il confine con il Mali, dove siamo diretti. Tensioni e ipotesi non ci aiutano. Moussa sì. E’ un vecchio di aspetto tuareg e sale a bordo sui sedili davanti con il solito ruolo: guida della guida di Habib.

Viaggiamo ancora a lungo piste polverose tra gli arbusti secchi. Il segno che stiamo arrivando a Teriakov ci viene dall’aumento di alberelli di acacia poi qualche capanna, lontano sullo sfondo un fiume che non è più il Niger. I filari di acacie rinsecchite aumentano e così le capanne.  Qualche bambino, cammelli, donne e uomini. Marianna ha una visione, dice che ha immaginato che il Paradiso sia fatto così. Di sicuro vede qualcos’altro rispetto a quello che ci circonda. Prova a descrivercelo: vedo un paesaggio di alberi (questi sono secchi) con campi (questi di sabbia) e bambini e capanne e animali e tutto è circondato da una sensazione di pace e serenità.

Fuori dalla Landcrusier il caldo è molto intenso ma nonostante il lungo digiuno, i 50 gradi, il Malarone e le sei ore di pista sconnessa, non riusciamo a dare completamente torto a Marianna. Al di là dell’evidenza che contraddice ogni giudizio positivo ci sentiamo più sereni di due giorni fa quando siamo arrivati.

Il mercato è analogo agli altri, asini cammelli, semi stoffe, carni secche, collanine, scarpe di plastica, sciarpe, stoffe, maschere di legno. Qui ci sono più animali e più tuareg.  Camminiamo tra asini e venditori. Lascio il mercato e vado verso il fiume. Le rive sono un acquitrino di fango in cui i cammelli si immergono per cercare riparo dal calore del sole. Una donna arriva camminando lentamente dal centro del fiume, dove scorre l’acqua, più scura del fango. Solleva una gamba alla volta e poi le affonda fino al ginocchio nel fango. Il caldo è al limite del sopportabile. In questo angolo del Sahel anche gli animali sono sottoposti dalla natura a una grande sofferenza.

A pochi chilometri dall’altra sponda verso nord: il Mali.

Deserto: dal latino "luogo abbandonato” e quindi in precedenza abitato.

Sahara: dalla parola araba hara, “fulva”, dal colore della sabbia.

Sahel: dall’arabo "spiaggia". L'opinione, molto diffusa, che il termine sahel definisca il metaforico litorale del Sahara, inteso quasi come la riva di un oceano di sabbia è frutto di un equivoco e di un’assonanza. Per spiaggia esiste una parola in arabo che ha un suono simile, ma questa denominazione della regione sub-sahariana deriva da un errore del botanico francese Auguste Chevalier. Giunto  a Timbuctu provenendo dal sud e informandosi sul nome delle regioni a nord, verso il deserto, ebbe questa parola come risposta. Chevalier convinto si trattasse del nome geografico chiamò così la regione, senza rendersi conto che per il dialetto del posto la parola sahel era semplicemente un'espressione significante "il nord".

Torno verso il mercato. Claudio, Marianna, Habib e Amadou si riparano dal sole, seduti sotto una tettoia nel cortile di una capanna. Amadou finalmente sta cucinando il couscous comprato a Goron. Lo mangiamo con cipolle, zucchine, pomodori.

Ripartiamo verso Goron. Dopo qualche ora di strada si ripete il solito tormentone. Amadou si è perso, Moussa dice la sua versione ma non è ascoltato, Habib è severo, risentito e preoccupato. Moussa non vuole più ripartire, scende in un piccolo villaggio, da lì proseguirà con mezzi propri, noi scegliamo una direzione per tornare verso Gorom. Arriviamo verso sera.

All’hotel dell’Amitiè ci separiamo da Amadou davanti a una birra e non senza sue lamentele finali.

Casa di Matteo è una ONG fondata da italiani per ricordare la perdita di un figlio. Assomiglia a una missione con: scuola, infermeria, centro ostetrico, un grande cortile con gazebi e alberi da frutta, l’albergo serve a mantenere il tutto in equilibrio economico. Mentre ceniamo nel cortile i bambini cantano radunati sotto una tettoia.

3 giugno


La mattina arriviamo troppo presto perché non ci siamo accorti che in Burkina c’è 1 ora in meno. La suora ci fa visitare tutte le attività, dal pozzo alla medicheria. Davanti al dormitorio un gruppo di bambini di non più di 2 anni ci corre incontro con passi malfermi, ognuno di loro fa del suo meglio per essere preso in braccio. Quelli che ci riescono sono totalmente soddisfatti.

L’orfanotrofio ospita dai 40 ai 50 bambini. Nel 90% dei casi la madre è morta durante il parto e molti di loro torneranno dal padre dopo aver compiuto i 6 anni. Chi è solo resterà. La struttura comprende un settore dedicato alla maternità che fornisce assistenza prima, durante e dopo il parto. Qui le donne vengono anche da lontano per attendere il momento del parto in sicurezza. Un altro piccolo edificio è dedicato a visite mediche generali, i costi sono ridotti rispetto a Gorom e chi non ha mezzi viene completamente preso in carico. La piccola farmacia sembra molto fornita. Tutto è pulito, ordinato, oltre che avvolto in una gran serenità.

Il mercato di Gorom è considerato il più importante del Sahel. E’ molto grande e offre le stesse cose di tutti gli altri mercati.

Partiamo per raggiungere Samia a Ouahigouya.

Ci fermiamo per il pranzo in un albergo di Busse. La sala ristorante ha un aspetto più consono di quelle viste fino ad oggi, qualche uomo d’affari con camicia bianca e valigetta per i documenti, una Bougainville sul muro. L’arido paesaggio del Niger e del nord Burkina si modifica in terreni più verdi dove gli alberi hanno le foglie e a tratti compare l’acqua di colore blu di qualche canale o bacino. Il mondo sembra più abitabile e compatibile con la vita.  Un’intensità minore che induce l’istinto  a rilassarsi.

Ci incontriamo con Pablo, il fratello di Habib, alla stazione Oil Lybia di Ouahigouya. Samya ha posto il suo quartier generale in una gradevole casa\albergo alla periferia della cittadina. Samya è musulmana, originaria di Salè, città sul mare alle porte di Rabat, da secoli aperta a contaminazioni cristiane, ebraiche. Samya vive a Lugano ed è l’anima di una ONG, AOREP, che segue progetti di agricoltura, educazione, salute, in tutta la regione del Sahel e che collabora con Epsilon.  E’ energica e decisionista. Con lei Roberta, sua assistente e studentessa di Lugano, Malick ginecologo del Mali, due insegnanti del Niger e due del Burkina, i responsabili di Aorep nei loro rispettivi paesi. Claudio e Marianna vogliono

verificare lo stato d’avanzamento dei progetti e la loro gestione per prendere in considerazione finanziamenti da devolvere a suo favore. Samya sembra avere molti vantaggi nel suo lavoro: le radici africane, la lingua francese, la religione musulmana.

Vedremo se ha voci da inserire nella casella contro. Ci riuniamo a cena attorno ad un grande tavolo sotto una alta tettoia. I visi sono sorridenti, il clima positivo, la conversazione vivace e allegra. Samya governa il suo piccolo gruppo con autorità e sicurezza.

Il “Projet de champs et jardinage scolaire” consiste nella creazione di un campo (miglio e fagliolini) e di un orto.

Si è scelto di sviluppare i progetti in quei villaggi in cui l’affluenza a scuola è molto bassa cercando di contrastarne le cause. Le principali cause della bassa affluenza sono 3: Per prima cosa la retta scolastica ha un costo per molte famiglie insostenibile, il ricavato della vendita dei prodotti coltivati viene utilizzato per il pagamento della retta di tutti gli studenti. In secondo luogo spesso i bambini abitano a 5/6 Km di distanza dalla scuola e non hanno il tempo materiale di tornare a casa per pranzo. I frutti del raccolto sservono anche al pranzo degli studenti. Inoltre durante la stagione secca le famiglie devono coltivare il loro piccolo orto e l,a  manodopera dei figli è fondamentale. I genitori parteciperanno alla coltivazione dell’orto comune. Il progetto ha importanti risvolti anche sull’istruzione dei bambini; Il campo e l’orto vengono usati come laboratorio nell’insegnamento di alcune discipline: la matematica e la geometria, scienza e biologia, l’educazione igienico-sanitaria e la morale (il lavoro di gruppo, il vivere in società, la gestione del bene comune).

4 giugno

Dopo due ore di piste raggiungiamo Gourcy, il primo progetto.

Bagno di folla e riunione sotto l’albero più fronzuto del villaggio.

Tutte le sedie, banchi di scuola e tavoli sono stati portati fuori e il grande emiciclo spontaneo si forma in un attimo attorno agli oratori. Le donne allattano i bambini e si fanno scherzi eccitati, ridendo silenziosamente. Il Capo del Villaggio introduce, poi tutti fanno la loro parte di discorso. Gli oratori continuano a lungo, alla presentazione dei nostri soliti piccoli regali per i bambini gli applausi scrosciano spontanei e lunghi. Si visita il campo dove si avvierà la coltivazione che sarà in grado di sostenere con i suoi ricavi le attività scolastiche del villaggio.

Malick è un’autorità in patologia ginecologica e ha una ricca documentazione fotografica del metodo della infibulazione ancora molto praticato nel suo paese oltre ad altre patologie degli organi genitali e dermatologiche che mostra a Claudio.

Il pomeriggio visitiamo la fabbrica che produce sapone e un’attività artigianale di produzione di tessuti. Samya vorrebbe introdurre queste due associazioni di donne in un suo progetto, a Bingo, per la formazione e l’insegnamento di mestieri artigianali a ragazzi di strada. Visiteremo questo progetto domani. Le donne della ‘savonerie’ fanno già formazione e sembra che accettino.

La sera in albergo incontraimo Daniela di Boston di origini polacche, lavora per Africaid una ONG americana che opera da più di trent’anni in questa zona. E’appena laureata, si fermerà a Ouahigouya 3 mesi per verificare l’andamento dei progetti.

5 giugno

Mattina visita al progetto agricolo di Bingo e poi a un gruppo di disturbati psichici e\o ex piccoli criminali che si sono dedicati ad attività artistiche in un piccolo centro artigianale che ha ottenuto diversi riconoscimenti in Francia.

Nel pomeriggio visita ai progetti di Pallè e Dana  dove la ONG di Samya è alla scadenza del suoi compiti, in quanto i progetti sono terminati e le attività avviate stanno proseguendo da sole con le risorse acquisite dai villaggi stessi.

La sera partiamo per Ouagadougou dove arriviamo per ora di cena. Dormiamo all’hotel Pacific. La città è più convenzionalmente occidentale di Niamey ma più pericolosa. Ceniamo in un ristorante di stile occidentale dove tue musicisti suonano un repertorio da chansonnier francesi. Facciamo un passaggio ad una musica dal vivo all’hotel Azalea. Un gruppo vestito da touareg su un palco suona un repertorio da pub inglese. Poche persone salgono sul palco a ballare e lo fanno senza intensità.

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